Comunicazione sociale sul tema della disabilità.

Scrivere qualcosa di nuovo sulla comunicazione sociale connessa al tema della disabilità non è semplice. Non è semplice perché da una parte è pericoloso contrapporre le categorie del nuovo e del vecchio che vi è inevitabilmente connesso: è una prassi che ha dato e dà spesso risultati disastrosi. In secondo luogo, se è vero che siamo nell’era dell’informazione, è altrettanto vero che non siamo ancora in quella della comunicazione, forse la intravediamo, ma predomina ancora la logica informativa (insieme di dati) su quella comunicativa (insieme di relazioni sociali) .Tuttavia innovare, ricercare, non farsi travolgere dalla deriva organizzativa, caratteristica di questa nostra età, dove c’è un prevalere dei mezzi sui fini, è assolutamente necessario.Quindi le analisi non possono che essere parziali, magari difetteranno di lungo respiro, ma danno voce alla nostra voglia di riflettere sul senso delle cose (che facciamo) e se questo senso tiene dentro veramente anche le persone emarginate alle quali, in ultima analisi, deve risultare utile tutto il processo legato all’informazione e comunicazione sociale in aggiunta con il tema della document-azione.La disabilità (che è il dato clinico) e/o l’handicap (che ne è la ricaduta sociale) sono realtà complicate da comunicare. L’handicappato come malato che non guarirà mai, come persona che cresce ma resta eterno bambino, ci danno la dimensione di un paradosso comunicativo, che spesso tende ad essere semplificato nella polarizzazione tra eroe e/o vinto o nella ricerca di nuove parole che cerchino di risolvere l’ambiguità, ma che invece finiscono per mistificare la realtà; basti pensare al termine diversamente abile che ci ha proposto la cultura del recente Anno europeo della persona disabile. Andrea Canevaro osserva giustamente, e con una punta di sarcasmo, che parlare di diversamente abile è come dire che i poveri sono diversamente ricchi…..che ci sia anche qui lo zampino di Tremonti e della sua finanza creativa: invece che tagliare i fondi ai disabili si tagliano i disabili ai fondi?!? Per provare a mettere in fila uno dopo l’altro alcuni ragionamenti, è utile anche storicizzare velocemente il rapporto tra disabilità/handicap e informazione/comunicazione.

Rosanna Benzi (la donna che ha vissuto nel polmone d’acciaio) e la sua rivista Gli Altri, PierGiorgio Mazzola e il suo notiziario Informazione e riabilitazione edito dalla Fondazione don Gnocchi (a cui si deve aggiungere il Centro studi consulenza invalidi, il nonno di tutti i CDH) rappresentano le prime iniziative strutturate di un mondo dell’handicap che vuole comunicare e informare uscendo dalla autoreferenzialità dei bollettini/notiziari di sezione. Siamo negli anni ’70 e di lì a poco il Gruppo Abele di Torino editerà la prima agenzia stampa sul sociale, ASPE, che terrà insieme con lungimiranza (forse troppa per l’epoca) disagio, pace e ambiente.
Da queste esperienze ed anche con queste esperienze nei primi anni ’80 sono la Comunità di Capodarco ed il CDH di Bologna, e in parte il CNV di Lucca (sul versante del volontariato in senso lato) ad investire in iniziative prettamente informative (e di documentazione) che non nascevano come sottoprodotto di altro, ma come investimento preciso sulla comunicazione e l’approfondimento. Sono gli anni dell’agenzia RES, dei convegni “Titoli minori” e “Handicap di carta”, delle riviste Rassegna stampa handicap e Accaparlante, delle prime attenzioni a come la stampa quotidiana tratta il tema della disabilità, segno questo della centralità della dimensione locale, propria dell’essere associativo.Di pari passo l’evolversi della società dell’informazione (le radio libere, le prime TV locali, la nascita di nuove reti televisive nazionali e di nuove testate quotidiane) trova l’affermarsi delle cosiddette Pubblicità progresso sui quotidiani e i settimanali, largamente praticate nella seconda metà degli anni ’80 dalle associazioni del settore handicap. E ancora la cinematografia americana volge l’attenzione ai temi sociali con Figli di un dio minore(1986) e Rain man (1988), mentre partono sulle televisioni le prime trasmissioni specificatamente sociali: tra le tante “Il coraggio di vivere” condotta da Riccardo Bonacina.Si può dire che con la seconda metà degli anni ’90 la fase pionieristica dell’informazione sociale, caratterizzata da una zona di confine tra sociale e informazione densamente popolata, finisce.Terminata l’esperienza di ASPE il Gruppo Abele torna all’approfondimento, evolve definitivamente verso la professione giornalistica l’esperienza di redattoresociale.it legata alla Comunità di Capodarco e al CNCA, rimane in una posizione intermedia, con tutti i pro e i contro, quella del CDH di Bologna. Internet e la battaglia politica per il controllo delle televisioni costituiscono il passato prossimo di questa breve cronistoria. Le televisioni preferiscono chiudere una dopo l’altra tutte le trasmissioni specializzate sul sociale, ogni associazione attiva il proprio sito e la propria newsletter telematica, il dibattito sui media rimane unicamente ancorato attorno alla televisione da una parte e ad una rappresentazione della disabilità dall’altra come problema di diritti civili, quindi più centrata sui singoli casi, su storie legate a persone con disabilità fisica e attorno a tematiche (sport, tecnologie, turismo) che non definiscono più il disabile né come paziente né come utente dei servizi. A tutto questo va aggiunto che viene superata la contrapposizione iniziale tra media e associazioni che si rimpallavano l’un l’altro la responsabilità di una informazione carente, grazie alla disponibilità di studi e ricerche sul rapporto tra informazione e marginalità, particolarmente sviluppatosi con l’avvio delle Facoltà di scienze della Comunicazione. Cercando quindi di utilizzare al meglio ciò che già esiste e puntando soprattutto a processi d’integrazione. E di farlo soprattutto attorno a tre nodi che mi paiono strutturali:
-Il rischio della deriva organizzativa, tipica anche dello sviluppo italiano dei sistemi non profit, che tende a dimenticare/sottovalutare l’imprescindibile dimensione conoscitiva del lavoro sociale. Qui il lavoro per i Centri di documentazione handicap è praticamente infinito, anche in funzione delle dinamiche che sempre più chiedono al lavoro sociale di “dimostrare” la sua utilità e di sottoporsi a pratiche di valutazione e validazione.
-L’evolversi delle culture legate agli operatori (sociali, assistenziali, educativi, riabilitativi) che operano nell’area della disabilità e per i quali si rendono sempre più necessarie “professionalità aperte a saperi esperenziali, che non prendano in carico più direttamente la persona con handicap, il disabile, ma aiutino a connettere nuovi punti di vista, diverse disponibilità e sensibilità: appaiono rilevanti capacità di connessione e mediazione, d’interpretazione di fenomeni e d’aiuto alla loro comprensione, più che di gestione diretta”. Operatori quindi che agiscano anche sul contesto e non solo con la persona disabile;
-La necessità di integrazione nel campo informativo tra i diversi sistemi che si occupano degli interventi nelle aree della disabilità. In questo senso, ad esempio, si potrebbero proporre forme di gestione partecipata dei Servizi Informahandicap rivolti soprattutto all’area delle disabilità in età adulta, e ancora a forme di integrazione informativa tra i servizi operanti su questo segmento (Informahandicap, Centri per gli ausili, servizi socio-assistenziali per disabili, Agenzia delle entrate, servizi delle Provincie per il lavoro ecc.) o network locali, ad esempio di siti, che perseguano diversificando le azioni, il medesimo obiettivo.
Un quadro d’azioni e progetti informativi all’interno di un quadro di relazioni tra soggetti che riconoscono la comunicazione e l’informazione come terreno comune, da agire in forma collettiva, in sintonia con quanto viene sempre più emergendo nelle legislazioni dell’ultimo decennio, dalla 104 fino alla 328.Lavorare comunicando e informazione/documentazione come strumenti e necessità del lavoro sociale. Ripartire da qui per nuove idee di scambi e collaborazioni con i media, in modo che possano essere raccontate le storie, ma collocandole su uno sfondo e rappresentando anche la complessità e ambiguità del lavoro sociale.

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Sommario Inserito : 14 Febbraio 2005 15:05 | in: Societa Trackback

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