L’odissea di Luigi: Disabile che non può salire sull’autobus

Prendiamo l´autobus, il mezzo con cui migliaia di persone si spostano in città: è accessibile ai disabili? Decisamente no. Per verificarlo di persona, abbiamo fatto vari tentativi con Luigi, un ragazzino di 13 anni che, a causa di un incidente stradale, è in carrozzella dal 2002: intelligente, sveglio e allegro, Luigi ha accettato la prova con piglio sicuro. Vogliamo andare da Albaro al centro con il 42, una delle linee che, secondo il sito dell´Amt, insieme a 3, 7, 8, 17/, 37/, 39 e 40, dispone delle pedane di accesso per disabili.

Partiamo dalla fermata di via Gobetti: il primo autobus arriva dopo un quarto d´ora d´attesa: anche se l´adesivo con l´omino stilizzato bianco in campo blu sulla portiera indica che il bus ha le pedane per far salire la carrozzina, le manovre sono molto più complicate del previsto. Innanzitutto, l´autista non riesce ad affiancarsi correttamente al marciapiede e poi, una volta accostatosi, pare non essere in grado di far uscire la pedana. «Sa, non l´ho mai usata» – ammette con imbarazzo mentre manualmente cerca di estrarla. Quando, dopo 10 minuti di tragicomiche manovre, la pedana è uscita, Luigi ha comunque bisogno di un´energica spinta per superare la pendenza e salire sul bus dove, con malcelato fastidio gli altri passeggeri hanno sopportato l´attesa. Dev´essere proprio per la fretta degli altri utenti che, al momento della discesa in via XX Settembre, uno di loro si offre di prenderlo di peso «perché altrimenti perdiamo troppo tempo». Luigi è magro, pesa solo 45 kg, sollevarlo è un gioco da ragazzi, ma è anche, evidentemente, umiliante: «Ci sono abituato – dice – ogni volta che devo andare da qualche parte e ci sono dei gradini, l´unica soluzione è quella di essere preso in braccio». L´autonomia, l´indipendenza di cui parla la legge 104, sono quindi, solo un miraggio, parole vuote di significato per chi, come Luigi, ha sempre bisogno dell´aiuto degli altri per vivere la propria giornata.

Proviamo una seconda volta, ma subito dobbiamo rinunciare perché l´autobus – oltretutto strapieno – è di quelli vecchi, con i due gradoni divisi dal corrimano. Ne aspettiamo un altro, in qualche modo bisogna pur tornare a casa. Quando arriva, la scena è la stessa dell´andata: molte manovre, la pedana che non esce, le macchine dietro che suonano il clacson, gli altri passeggeri che scendono o sbuffano stizziti. Ci chiediamo come mai Genova sia così poco accogliente verso i suoi cittadini più deboli. Di fronte a simili difficoltà, il disabile “sceglie” la rinuncia e le mura di casa diventano le uniche dove sentirsi a proprio agio. Non dev´essere un caso, se, in 17 anni di servizio, un autista interpellato dichiara: «Un disabile? L´ho portato sul mio bus solo una volta».


FONTE:
Repubblica.it

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