Un bambino di 10 anni chiama i Carabinieri perchè il suo patrigno lo picchiava

Il terzo mondo davanti a tante altre case normali. Ma ogni volta che provava a cercare un contatto esterno finiva con botte e cinghiate, finchè Paolo (il nome è di fantasia), 10 anni, non ha chiamato i carabinieri: «Aiutatemi, vi prego, il mio patrigno mi picchia».

Una richiesta di aiuto arrivata dopo una lunga sopportazione e tanta paura. Quando i militari della compagnia di Ozieri (il paese dove si è verificato il fatto ricade nel territorio di competenza) sono arrivati nella casa, si sono trovati davanti una situazione incredibile. Un mucchio di rifiuti all’ingresso, materiali accatastati, muri zuppi di umidità e muffa, sporcizia ovunque. Un ambiente di pochi metri quadrati al limite della vivibilità. Una grotta, non una casa. E Paolo era lì, insieme alle sorelline di cinque e due anni, e al fratello di 18, disabile e bisognoso di cure adeguate. Quasi fiero di avere richiamato l’attenzione sulla triste storia sua e delle sorelline.

Il bambino ha mostrato le cicatrici sulle gambe e sulle braccia, ha rinnovato la richiesta di aiuto: «Voglio continuare a vedere il mio vero padre – ha detto – ma me lo impediscono.

Vive con la madre di Paolo, che ha 37 anni, e gli ha dato due bambine (gli altri due figli sono frutto di relazioni con uomini diversi), ha cercato di minimizzare la storia. Ieri mattina (difeso dall’avvocato Paolo Spano) è comparso davanti al giudice del tribunale di Sassari che ha convalidato l’arresto e disposto la scarcerazione in attesa del processo. Sono stati avviati, invece, gli accertamenti per stabilire se le cicatrici rilevate sulle gambe e sulle braccia del bambino di 10 anni sono state causate dalle violenze denunciate con la telefonata ai carabinieri. In quel caso la posizione dell’uomo è destinata a peggiorare ulteriormente.

L’inchiesta viene seguita dai sostituti procuratori Luisella Fenu (minori) e Gianni Caria. Per la tutela dei bambini è stato applicato l’articolo 403 del Codice civile. Stabilisce che «quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione di loro, la pubblica autorità – a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia – li colloca in un luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla loro protezione».

Quel padre che Paolo vorrebbe rivedere, al punto da rischiare le botte ogni volta che insiste, non era stato proprio un modello. Quando vivevano in Germania venne condannato a tre anni di carcere dai giudici tedeschi per avere maltrattato il figlio più grande, il ragazzo di 18 anni ora ricoverato in un centro di assistenza per disabili.

Ieri mattina il capitano Andrea Pagliaro, comandante della compagnia di Ozieri, ha ricostruito le fasi più significative della vicenda in una conferenza stampa tenuta nella sede del comando provinciale di Sassari.
«La situazione di difficoltà era conosciuta – ha spiegato l’ufficiale – e i Servizi sociali avevano già ricevuto alcune segnalazioni». Finora, però, non c’erano stati interventi per fare uscire i piccoli, e anche il diciottenne disabile, dall’incubo. Paolo, che frequenta la scuola elementare, ha deciso allora di agire. Così domenica pomeriggio ha fatto il 112 e ha risposto l’operatore di Ozieri, ha ascoltato la voce tremante del bambino e l’ha rassicurato: «Non ti preoccupare, ora arriviamo»

FONTE:

LaNuovaSardegna.Repubblica.it

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